Il beato Paolo Burali è la prova di quanto è potente la Grazia di Dio e
quanto irresistibile la sua chiamata; egli nacque ad Itri presso Gaeta nel
1511 dal ramo dei nobili Burali di Arezzo, lì trasferitosi al seguito di
re Ladislao; al battesimo ebbe il nome di Scipione che poi cambiò quando
fece la sua professione religiosa.
Ad appena 14 anni fu iscritto all'Università di Salerno e dopo frequentò
quella di Bologna, dove ebbe come maestro il famoso Ugo Boncompagni che
diverrà papa con il nome di Gregorio XIII ed in questa Università, a 25
anni, si laureò brillantemente in diritto civile e canonico "con argomentazioni
acute e sottili, non come alunno, ma con la sicurezza di un professore".
Svolse la sua attività di avvocato e giudice per dodici anni nelle aule
giudiziarie del Tribunale di Napoli, con tanta rettitudine e integrità da
meritarsi l'appellativo di "amico della verità e padre dei poveri". Una
volta, dopo aver dovuto condannare una povera vedova a una pena in denaro,
provvede di tasca sua a rimborsarla.
Desiderando una vita più ritirata nella sua città nativa, lasciò il Foro
ma fu costretto a riprendere la professione perché Carlo V lo promosse regio
consigliere e più tardi Ferdinando di Toledo lo nominò uditore generale
dell'esercito; il re di Napoli conscio della sua saggezza e competenza giuridica
lo inviò presso il papa Paolo IV per dirimere questioni e controversie di
carattere civile ed ecclesiastico. Due anni dopo è eletto preposto del convento,
e poi c'è un momentaneo ritorno agli affari di Stato: nel 1564 va a Madrid
come ambasciatore presso il re Filippo II, per combattere il suo progetto
di introdurre nel Napoletano i sistemi sciagurati dell'Inquisizione spagnola,
detestatissima da tutti: la classe aristocratica e i "plebei" sono pronti
a fare insieme la rivoluzione. Così Madrid lascia perdere. I successi professionali
non offuscarono mai il suo spirito, teso verso la perfezione e il desiderio
della santità occupava il primo posto nella sua vita, per questo si affidò
alla guida spirituale del veneziano Giovanni Marinoni teatino, erede e collaboratore
di s. Gaetano, che stava nel convento di S. Paolo Maggiore a Napoli.
Nonostante avesse 46 anni, il 25 gennaio 1557 lasciò definitivamente l'attività
giudiziaria ed entrò nell'Ordine dei Chierici Regolari (Teatini) prendendo
il nome di Paolo e benché avesse chiesto di essere fratello laico, ritenendosi
degno solo di questo, la Grazia di Dio attraverso il suo superiore Marinoni,
lo conquistò al sacerdozio, ordinazione avvenuta il 26 marzo 1558.
E in un crescendo di attività che gli venivano affidate, lo si vide impegnato
nel 1564 per volere del papa Pio IV e su richiesta delle autorità napoletane,
come ambasciatore presso la Corte di Spagna per impedire o almeno moderare
l'attività del Tribunale dell'Inquisizione a Napoli, che bisogna dire nonostante
Napoli fosse un vicereame di Spagna, anche per suo merito l'Inquisizione
non ha avuto un seguito devastante come in altre zone coinvolte.
Rifiutò i vescovadi di Castellammare, di Crotone, di Brindisi, fu posto
al governo della Comunità teatina di S. Paolo Maggiore a Napoli e di S.
Silvestro al Quirinale a Roma.
Il 23 luglio 1568 papa Pio V, lo nominò vescovo di Piacenza, qui il beato
Paolo Burali si rivelò in tutta la sua grandezza di organizzatore ecclesiastico
e di maestro di spiritualità, la sua attività apostolica si esplicò in tutti
i campi e nessun aspetto della vita religiosa fu escluso dal suo zelo, indisse
due Sinodi di cui pubblicò gli atti (1570 e 1575), chiamò ad aiutarlo alla
guida del seminario, il teatino s. Andrea Avellino, applicò alla diocesi
e allo stesso seminario i recenti decreti Tridentini, chiamò a collaborare
i teatini, i somaschi, i cappuccini.
Il 23 luglio 1568 in pubblico Concistoro, il papa Pio V lo nominava cardinale
e poi nel 1576 papa Gregorio XIII suo antico maestro a Bologna, lo trasferì
come arcivescovo nella grande e importante città di Napoli.
Di fronte a tutte queste dignità si lamentava spesso " Il Signore perdoni
al padre Giovanni (Marinoni) che non volle accettarmi come fratello laico",
e per ubbidienza accettò tutte queste nomine, nonostante le sue vane resistenze.
Il governo della diocesi di Piacenza, così completo, l'aveva reso 'logoro
di forze' ma il suo spirito era sempre vivo ed a Napoli dovette confrontarsi
con una realtà più vasta e dura da modellare. Chiuse il seminario e mandò
tutti a casa, perché né gli studi né la disciplina, né il comportamento
erano quelli richiesti dalle disposizioni conciliari, nominò nuovi professori
e rettore, chiamò alla direzione il padre teatino Giuseppe Barbuglia che
già a Piacenza aveva collaborato.
Ebbe il coraggio di chiudere i monasteri femminili di S. Arcangelo a Baiano
e S. Maria degli Angeli nella città di Napoli, perché ormai diventati come
alberghi delle figlie della nobiltà, mantenendo tutti i loro privilegi e
comodità che nulla avevano a vedere con la vita di clausura e la disciplina,
ormai inesistente.
Abolì la prerogativa del viceré che con il suo baldacchino era presso l'altare,
mentre il vescovo era più lontano. Pubblicò nel 1577 un "Catechismo per
i sacerdoti" e iniziò ad applicare le direttive del Concilio di Trento,
ma la sua opera non poté estendersi e soprattutto non né poté vedere i frutti,
perché le malattie che lo affliggevano e l'età avanzata lo portarono alla
morte ad appena due anni dalla sua investitura a Napoli.
Morì a Torre del Greco alle falde del Vesuvio, dove si era ritirato per
un breve periodo di riposo il 17 giugno 1578. S. Filippo Neri deplorò la
sua morte come una perdita per tutto il mondo cristiano. Nel 1772 Clemente
XIV lo proclama beato. Il suo corpo riposa in un urna nella cappella a lui
dedicata.